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Il carcere come seconda chance: intervista alla Compagnia Stabile Assai di Rebibbia

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Si è da poco concluso lo spettacolo teatrale “La fine dell’alba” de La Compagnia Stabile Assai della Casa di Reclusione Rebibbia, andato in scena al Teatro Golden dal 25 al 28 Aprile 2014.

Vi proponiamo l’intervista, a cura di Francesco Cristelli, all’autore del testo Antonio Turco (direttore di area pedagogica e responsabile delle attività culturali presso la Casa di reclusione di Rebibbia) e ad uno degli attori della Compagnia, Salvatore Boccafusca.

 

Antonio Turco e Salvatore Buccafusca raccontano la seconda opportunità offerta ai detenuti dalla drammaturgia penitenziaria: fra speranze e traguardi, le virtù del teatro del raccontarsi

Il penitenziario come strada verso una vita nuova. E’ questo quello che emerge dalle parole di Salvatore Buccafusca, attore, e Antonio Turco, regista ed educatore, intervistati in occasione dell’ultimo sforzo teatrale della Compagnia Stabile Assai della Casa di Reclusione di Rebibbia. Andato in scena al Teatro Golden fino al 28 aprile 2014, La fine all’alba, ha incarnato sul palco quel dramma intimo e quotidiano che gli stessi detenuti-attori vivono giorno dopo giorno nella speranza o nella realtà dell’uscita dal carcere. Una realtà diversa da quella che molti immaginano, fatta di persone che lavorano fianco a fianco per una seconda possibilità.

Ci tiene a sottolinearlo lo stesso Antonio Turco: «non sono un esterno, io sono uno che lavora con e per i detenuti. Io sono dentro il carcere, come lo sono loro». Attuale direttore dell’area pedagogica e responsabile delle attività culturali presso la Casa di reclusione di Rebibbia, vanta quarant’anni di lavoro fianco a fianco ai detenuti. E’ nel 1982 – racconta – che con la Compagnia Stabile Assai di Rebibbia fonda il teatro penitenziario italiano con la partecipazione al Festival di Spoleto dello spettacolo Sorveglianza speciale di Jean Genet: una vera conquista, i primi detenuti in permesso premiale. Il primo passo verso quella che è ora la realtà affermata della drammaturgia penitenziaria. Un modo nuovo di fare teatro, in cui i detenuti sono parte attiva e riscrivono le loro storie attraverso il teatro.

«La parte diventa tua» conferma Salvatore Buccafusca, attore della compagnia. Un’interazione profonda che cala le sue radici nell’essenza del genere: «Il nostro è un teatro del raccontarsi» spiega l’attore «è Turco a scrivere il copione, ma ad oguno di noi viene assegnata una parte in funzione della persona che è stata [nella vita reale]. Ogni parte viene strutturata in funzione del personaggio che l’attore andrà a recitare, in modo da affidargli una parte che si ricolleghi alla sua vita precedente». Detenuto in semilibertà da quattro anni nel carcere di Rebibbia, un tempo esponente di una delle più importanti famiglie mafiose, Salvatore Buccafuscaè ora attore a tempo pieno per tre compagnie teatrali: il carcere gli ha dato un lavoro da spendere fuori dalle sue mura. «Non ti regala niente nessuno, solo studio e sacrificio», ma l’obiettivo del carcere e del teatro è l’occasione di riscatto. Buccafusca la difende: «il messaggio che vogliamo dare è che a tutti deve essere offerta la possibilità di ricredersi e di crearsi un futuro migliore. E se questo può avvenire con il teatro, ben venga».

«Una persona che si avvicina al teatro, quale che sia il motivo, diventa una persona nuova». Nelle parole di Buccafusca, nella compagnia dal 2009, si legge il percorso del detenuto che dallo scegliere il palco come una valvola di sfogo, lo fa «diventare una palestra di vita». Ed è Turco a ricordare come non si parli di provini ma di avvicinamento graduale: un primo step è rappresentato dal Laboratorio teatrale permanente, pensato per i detenuti (una settantina all’anno) che non possono uscire dal carcere; un secondo dai percorsi di arte-terapia, che «aiutano la persona a tirare fuori da sè, l’altro da sè»; mentre è la Compagnia Stabile Assai a fare da punto di arrivo e vero faro per i detenuti, «che intraprendono il percorso nella speranza di farvi parte». Come conferma Buccafusca, «dentro le carceri c’è un sentimento di emulazione nei confronti dei ragazzi che escono e fanno gli attori»: sono i detenuti-attori a fare da modello dietro le sbarre.

Dentro è la speranza a tenere banco, fuori è, però, la professionalità a conquistare il pubblico e i teatri. «C’è chi viene per la curiosità», ma sono i mesi di lavoro ad anticipare il successo di ogni tournée della compagnia, unica fra le 108 realtà italiane ad avere tale possibilità. Detenuti, reclusi in semilibertà, ex-detenuti: dieci attori, di cui stabili i cinque che, come Buccafusca, hanno terminato il loro percorso detentivo, sono coordinati grazie alle poche risorse che il carcere mette a disposizione, costringendo a prove fra corridoi e celle, tanto che «per noi la prova generale è la prima», afferma Turco.

«Puoi essere libero anche dentro un carcere: libero di affrontare un percorso diverso», ribadisce l’attore, ma è il mondo esterno però a giocare al ribasso. Su questo riflette La fine all’alba, fra critica al sistema e denuncia sociale. «Nel momento in cui ti si aprono le porte del carcere, te ne se ne chiudono davanti moltissime altre», spiega l’attore, ricordando come, nonostante chi esca dal carcere sia una persona diversa, la società sembra spesso non accorgersene: «il pregiudizio uccide più del carcere».

Fonte: Roma da leggere

 

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