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La cornice clinica e sociale

La psicologia giuridica è quell’ambito della psicologia che si applica ai processi di regolamentazione della convivenza e, più nello specifico, a quelli formalizzati nella norma giuridica, incluse le declinazioni nei contesti della giustizia. Essa, infatti, si muove intorno a due principali nuclei conoscitivi: a) le interazioni simboliche e le dinamiche sociali che riguardano il rapporto fra persona, norma e collettività; b) i processi d’interpretazione e applicazione delle leggi, l’organizzazione e l’amministrazione della giustizia, i modelli degli interventi derivati dalle decisioni giudiziarie, l’impatto di leggi e giustizia sui singoli individui e sui gruppi sociali.

Le sue aree d’interesse possono essere classificate per problemi e attività di studio, di ricerca e professionali: la psicologia del diritto o psicologia legale (l’insieme delle nozioni psicologiche che intervengono nell’applicazione delle leggi, le dimensioni psicologiche presenti nelle norme, il contributo della psicologia all’elaborazione normativa); la psicologia delle attività, dell’organizzazione, delle funzioni, delle dinamiche e delle strategie giudiziarie; la psicologia delle situazioni problematiche e a rischio in età evolutiva, dei provvedimenti e degli interventi finalizzati alla tutela delle persone minorenni; la psicologia dei comportamenti problematici di tipo deviante e criminale, inclusi gli interventi di prevenzione, di inclusione e reinserimento sociale; la psicologia degli interventi di formazione per professioniste/i e servizi che intervengono in applicazione di provvedimenti giudiziari.

Le radici storiche, gli sviluppi e l’attuale fisionomia della disciplina evidenziano la sua caratterizzazione applicativa, intesa come riconoscimento del diritto e della giustizia quali ambiti privilegiati del suo oggetto di studio.

La matrice della conoscenza è quella della psicologia sociale, che orienta a considerare tale oggetto secondo una prospettiva di sistema, attenta ai processi che connettono le dimensioni psicologiche e quelle sociali. D’altro canto, gli strumenti della conoscenza psicologico-giuridica attingono anche ad altri settori della psicologia: dalla psicologia clinica (si pensi allo studio del reato, all’analisi di categorie giuridiche che richiedono valutazioni della personalità, ai modelli di trattamento) alla psicologia di comunità (pensiamo agli interventi preventivi e d’inclusione, al coinvolgimento della collettività nell’esecuzione delle misure penali esterne) a quella dello sviluppo (devianze adolescenziali, fenomeni problematici come il bullismo, affidamento della prole in caso di separazione dei genitori ecc.), delle organizzazioni (sufficiente ricordare l’interesse della materia per l’organizzazione della giustizia, per la formazione di operatrici, operatori e servizi), alla psicologia generale (pensiamo alle funzioni della percezione e della memoria implicate nella testimonianza).

Tali importanti conoscenze, per essere utilizzate nel settore di cui ci stiamo occupando, necessitano, però, di un filtro specialistico ed è questa una funzione di base, peculiare della psicologia giuridica: conoscenze e competenze provenienti da altri settori della psicologia devono poter essere “specializzate”, contestualizzate rispetto alle caratteristiche, ai problemi, alle esigenze del campo di applicazione. Così, ai fini della testimonianza, la conoscenza dei processi mentali che presiedono alla ricostruzione mnestica degli eventi dovrà essere confrontata non solo con caratteristiche e condizioni personali, con le modalità di raccolta del resoconto, ma anche con una serie di altri elementi connessi all’assunzione della prova, all’attendibilità e credibilità del testimone, alla sua tutela specie se si tratta di persona minorenne, alle conseguenze psicologiche del contributo reso alla giustizia. Allo stesso modo, valutare le componenti psicologiche della capacità d’intendere e di volere di una persona minorenne autrice di reato richiede non soltanto una valutazione clinica rispetto ai fatti d’imputazione, ma un’analisi di come tale valutazione interagisce e si integra con le dimensioni convenzionali della categoria giuridica in esame, con gli effetti sul piano della risposta di giustizia, con i provvedimenti previsti dalla legge. In ogni caso, e a un livello superordinato rispetto a tali contenuti, puramente esemplificativi della complessità di ogni tema e problema che annette alla giustizia il sapere psicologico, è necessario che quel sapere sia comprensivo del dibattito non solo scientifico della disciplina di appartenenza, ma giuridico, giurisprudenziale e operativo, nonché interdisciplinare (diritto, psicologia, altre discipline extra-giuridiche) rispetto ai temi trattati e alle loro evoluzioni nel tempo.

Rispetto ai rapporti con il diritto, la psicologia giuridica ha sviluppato delle riflessioni che possono essere considerate patrimonio dei professionisti che operano nel settore. Indichiamo quelle che possono essere ritenute di base: a) il contesto (diritto e suoi sistemi applicativi), per potersi definire come ambito d’azione per la psicologia, deve essere da questa considerato come imprescindibile referente. Sono le norme (i codici), i loro artefici (chi legifera), i loro interpreti (gli attori processuali, l’amministrazione della giustizia), i loro fruitori (la società tutta, compresi i soggetti cui la norma esplicitamente si rivolge in termini di tutela/difesa di diritti, regolazione di comportamenti problematici o lesivi di diritti altrui) a definire il senso e le possibilità pratiche, la presenza stessa della psicologia nel mondo del diritto; b) la psicologia, d’altro canto, non si relaziona in termini di pura ausiliarità rispetto alle questioni e ai problemi del diritto, alle interazioni formali e informali attivate al suo interno, acquisendo dal proprio referente scientifico i criteri per una produzione di pensiero autonoma, incluso il contributo all’applicazione della norma e alla sua capacità di evolvere in funzione dei cambiamenti sociali e degli sviluppi del sapere atti a interpretarli.

Ciò riconduce alla capacità di dialogo fra psicologia e diritto/giustizia: restituzione, da parte della prima, dei risultati dei propri studi e disponibilità, dei secondi, a utilizzare tali risultati e, preliminarmente, a rendersi disponibili all’osservazione.

Può essere considerato impegno etico della psicologia giuridica quello di realizzare tale interazione discorsiva a ogni livello e in ogni contesto del proprio lavoro: nella didattica accademica, nella formazione rivolta e professionisti e servizi, nella ricerca, nel dibattito scientifico e in quello operativo multi e interdisciplinare. Può essere considerato impegno etico sollecitare tali occasioni di incontro, far circolare le proprie riflessioni, promuovere una nuova cultura di contatto con la comunità sociale.