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La psicologia giuridica: ambiti di ricerca e di intervento

Psicologia giuridica, di Gaetano De Leo e Patrizia Patrizi - Pubblicato in Centro Studi Filosofici di Gallarate (a cura di) (2006).  Enciclopedia Filosofica. (Vol. 9). Milano: Bompiani, 9199-9202

GIURIDICA, PSICOLOGIA (psychologie juridique; Forensische Psychologie; psychology and law; psicologia juridica). – La p. g. è una disciplina applicata il cui oggetto di studio è costituito, in senso stretto, dal diritto e dall’amministrazione della giustizia e, in una cornice più ampia, dal rapporto fra individuo, collettività e regole formalizzate della convivenza. Le dimensioni costitutive della sua identità attuale riconducono a tre principali acquisizioni:

a)     il riconoscimento della psicologia come proprio referente scientifico, da cui attingere paradigmi, metodi di ricerca, strumenti operativi specializzandoli rispetto al proprio campo di applicazione;

b)     l’identificazione del diritto e della giustizia quali referenti di contesto cui ricondurre validità, efficacia e utilità del proprio sapere mantenendo, tuttavia, una capacità autonoma di produrre domande, formulare ipotesi, disegni di ricerca, progetti di intervento;

c)     l’attribuzione a sé stessa di un’identità interdisciplinare, su cui fondare la capacità di connettere psicologia e diritto entro un’area che, proprio all’interno di questo rapporto, produce riflessioni, domande, prospettive di sviluppo  che riguardano il rapporto persona – norma – società, sia in senso generale che nello specifico delle questioni di giustizia.

Tali assunzioni concettuali configurano l’esito di un percorso che la p. g. ha dovuto affrontare fra molte difficoltà, che riconducono alla storia delle sue origini e che, almeno in parte, rendono ragione della sua affermazione accademica piuttosto recente (l’insegnamento è stato introdotto nei corsi di laurea in psicologia nell’a.a. 1986-87 e attivato, all’Università “La Sapienza” di Roma, nel 1988-89) rispetto alle prime espressioni disciplinari, che risalgono agli inizi del secolo scorso. Illustriamo sinteticamente tali difficoltà ricostruendo la nascita della disciplina e ripercorrendone gli sviluppi.

La prima fisionomia disciplinare è costituita prevalentemente da contributi psicologici applicati al processo penale. All’antropologia criminale e alla criminologia vengono demandati i temi più specificamente legati allo studio del criminale e del suo trattamento, mentre le problematiche squisitamente legali sono per lo più di competenza dei giuristi e dei filosofi del diritto. Possono essere qui collocate due prime ragioni delle difficoltà sopra accennate: 1. l’uso della psicologia come scienza ausiliare del diritto cui corrisponde, agli inizi del novecento e nei suoi primi decenni, analoga considerazione di sé da parte della psicologia dell’epoca, interessata più ad esplorare un possibile campo di ricerca sperimentale che a fare del processo un ambito di studio: tale connotazione resterà prevalente nell’evoluzione storica, prima che la psicologia «decida» di riconoscere una propria autonoma capacità di generare questioni e tematizzazioni attinenti al diritto; 2. il confronto con una tradizione di conoscenza applicativa più consolidata come quella dell’antropologia criminale e della criminologia che a lungo, e in parte tutt’oggi, si riconoscono – e a cui viene riconosciuta – una sorta di specifica «pertinenza territoriale» nelle questioni del diritto e della giustizia.

Un’altra ragione di rilievo risiede nella stessa fondazione disciplinare, avvenuta in seno al diritto e, in particolare, alla sua corrente positivista. Il primo riferimento alla p. g., infatti, e la sua prima presentazione articolata – con riguardo alle cornici scientifiche, al campo di applicazione e alle diramazioni interne – si deve a Enrico Ferri, dapprima nel corso delle sue lezioni di diritto e procedura penale (Ferri, 1910-1911) poi nel discorso al Congresso internazionale di antropologia criminale tenutosi a Colonia nel 1911 (Ferri, 1926). È sempre Ferri che, nell’anno accademico 1911-12, fonda la Scuola di applicazione giuridico-criminale, le cui finalità (eminentemente pratico-dimostrative) portano a integrare gli insegnamenti di diritto con discipline di area medica e delle scienze sociali; fra i docenti appaiono autorevoli psicologi come Sante De Sanctis. È un primo importante tentativo d’incontro fra diritto e psicologia che nasce dalla considerazione, affermata da Ferri e da altri esponenti del positivismo giuridico, come Enrico Altavilla (considerato a ragione fra i fondatori della p. g.: 1925; 1943; 1967) ed Eugenio Florian, che i fatti concernenti il diritto e la giustizia penale vadano studiati non soltanto sotto il profilo degli elementi oggettivi della procedura, ma considerando le dimensioni psicologiche costitutive dello stesso processo e delle interazioni fra i suoi protagonisti, in quanto fatti squisitamente umani. Un’affermazione che si poneva in aperto contrasto con la tradizione legale del nostro Paese, con la dogmatica giuridica, con i principi garantisti sostenuti dalla scuola classica di diritto penale (rappresentata, per tutti, da Francesco Carrara). Per quest’ultima, infatti, l’accento sulla formalità della procedura, l’adesione indiscussa alla norma, l’indipendenza di questa dai fenomeni individuali e sociali rappresentavano strumenti di traduzione dei principi illuministi. Nota è l’affermazione per cui «il reato è un ente giuridico e non di fatto». Affermazione rilevante, che ha consentito alla storia del pensiero scientifico di rivedere in senso critico l’ipotesi lombrosiana del delinquente nato e i successivi tentativi di interpretare il crimine secondo nessi di causalità lineare fra soggetto (le sue qualità e condizioni) e comportamento. Ripensare il diritto secondo le logiche del metodo scientifico – quello era il programma ferriano – avrebbe, senza dubbio, comportato dei rischi di confusione fra categorie/ruoli definiti per convenzione dalla norma (il reato e il delinquente, ad esempio) e categorie/ruoli riconducibili a fatti ed attori sociali (l’individuo e il suo comportamento). È, d’altro canto, innegabile che, al di fuori del metodo scientifico, tali riconduzioni rischiano di permanere in forma implicita nella mente dei ruoli processuali (il giudice, il difensore, il pubblico ministero, l’autore del reato, la sua vittima ecc.) e nelle azioni che essi intraprendono al fine di ricomporre i fatti oggetto di valutazione e definirne le conseguenze. Se il reato è un ente giuridico, l’imputazione, la condanna, i successivi interventi non corrispondono alla realtà fattuale del delitto configurandosi, piuttosto, come esiti della verità processuale. E tale verità è una costruzione alla quale contribuiscono gli stessi attori processuali, il loro incontro, le loro interazioni, oltre che i fatti di imputazione. La terza ragione delle difficoltà incontrate dalla p. g. può essere, quindi, identificata nella difficile conciliabilità fra rispetto delle garanzie di legge e riconoscimento del contributo scientifico sia nell’applicazione della norma al caso concreto sia come chiave di lettura delle dinamiche processuali e, più in generale, dell’amministrazione della giustizia.

Quello finora tracciato può considerarsi come lo scenario delle origini; uno scenario le cui dimensioni problematiche incideranno sugli sviluppi disciplinari per molti decenni: gli psicologi continueranno ad avere una funzione discontinua ancillare del diritto e quest’ultimo continuerà a circoscrivere/limitare l’ambito d’azione della psicologia come testimonia il divieto di procedere a perizia psicologica sulla personalità dell’imputato affermato dall’art. 314 del codice di procedura penale e mantenuto attivo all’epoca della riforma (d.p.r. 22 settembre 1988 n. 447) nell’attuale art. 220 c.p.p., nonostante l’acceso dibattito dell’epoca (Avanzi, 1982; Gulotta, 1979), tuttora presente e vivo nella mente di studiose e studiosi. Per altri versi, la pratica consulenziale in sede giudiziaria (perizie e consulenze tecniche) e quella d’intervento negli istituti penitenziari (in ambito minorile già dagli anni trenta, nel settore degli adulti dalla fine degli anni settanta) hanno consentito alla psicologia di dotarsi, progressivamente, di quella referenza di contesto più sopra indicata come attuale dimensione identitaria della disciplina. In campo scientifico quanto sinora esposto ha costituito specifico oggetto di ricerca empirica e teorica, orientando al superamento di alcune storture di base nel rapporto fra diritto e psicologia. A questo percorso – che vedrà le sue espressioni più sistematiche sul finire degli anni settanta – ha contribuito un impegno di chiarificazione i cui criteri fondanti trovano ancora attualità nel pensiero di uno dei massimi esponenti della psicologia: Agostino Gemelli (1936; 1948). Riprendiamo, dal suo programma, le considerazioni più mirate in tale direzione chiarificatoria: a) al positivismo va riconosciuto il merito di aver affermato l’esigenza di studiare la personalità del delinquente anche come base su cui impostare i programmi rieducativi e di prevenzione; b) il metodo delle scienze naturali è però inadeguato a tale scopo e la categorizzazione tipologica dei delinquenti inappropriata a rendere conto dell’unicità, processualità, storicità dell’azione reato che, al pari di ogni azione, va studiata come espressione contestuale di un particolare individuo e della sua personalità intesa in senso integrale; c) la psicologia e le altre scienze che possono concorrere allo studio del crimine debbono farlo a partire dalla definizione giuridica del delitto, poiché è a quella definizione che, sotto il profilo pratico, viene ricondotta la singola azione criminale; sono i codici, in altri termini, che stabiliscono ciò che è reato e ciò che non lo è; d) la distinzione fra categorie giuridiche e categorie psicologiche rappresenta un’imprescindibile premessa di significato, da assumere nella consapevolezza sia di giuristi, sia di psicologi e criminologi. Una premessa necessaria nei compiti applicativi di questi ultimi, un impegno da parte del legislatore e del giudice per contenere i pericolosi rischi di quella psicologia implicita e di senso comune che si muove, in forma spesso confusiva, in molte previsioni di legge.

Le osservazioni di Gemelli appaiono di una sorprendente attualità. I primi due punti illustrati recuperano l’innegabile contributo del positivismo criminologico (la necessaria funzione delle scienze sociali nello studio del crimine), svincolandolo dal principale errore di quell’approccio (l’applicazione di una teoria deterministica che riconduce all’individuo, piuttosto che a una sua scelta d’azione situata, l’unità di analisi per lo studio del crimine). Sugli sviluppi di questi aspetti rimandiamo alla letteratura specialistica (Bandini, Gatti, Marugo, Verde, 1991; De Leo, Patrizi, 1999). Gli altri due punti sembrano superare i contrasti fra scuola classica e scuola positiva e, al loro interno, rivisitare la collocazione della psicologia, proponendo un’importante definizione di confine a premessa e metodo dell’incontro fra diritto e psicologia. Quest’ultima deve assumere la consapevolezza che è la norma a definire il campo al quale si applica e che di tale caratteristica è necessario tenere conto sotto un duplice profilo: le realtà umane studiate sono realtà normativamente definite; le categorie giuridiche che intervengono a definirle contengono dimensioni psicologiche ma non vi si identificano. Il lavoro di chiarificazione fra i due contesti di significato è preliminare alla possibilità stessa dell’incontro.

Identificati così l’ambito applicativo della p. g., i principali passaggi del suo riconoscimento come disciplina scientifica, i nodi del rapporto con il diritto, recuperiamo l’originaria presentazione proposta da Enrico Ferri per giungere alla fisionomia attuale, nell’oggetto di studio e nei suoi ambiti applicativi. La ripartizione proposta da Ferri rimarca la caratterizzazione criminologica e penalistica con cui la disciplina si è affacciata al mondo del diritto. Egli individua quattro branche, tuttora ricordate nei manuali specialistici: «la psicologia criminale, propriamente detta, che studia il delinquente in quanto è autore del delitto, nei suoi modi di sentire, di pensare, di volere, di agire; la psicologia legale che è l’insieme delle nozioni necessarie ed utili per formulare ed applicare le norme della legge penale relative alla responsabilità del delinquente (dolo, infermità mentale, età minore, sordomutismo, ubriachezza, impeto di passioni, premeditazione, ecc.); la psicologia carceraria che studia la vita pratica dei delinquenti durante la loro segregazione nelle diverse carceri, manicomi criminali, colonie agricole, ecc.; infine la psicologia giudiziaria, nata più recentemente, che è lo studio scientifico di coloro che partecipano al processo penale, e cioè: il delinquente, come imputato, e nella sua condotta processuale, la parte lesa, il denunciante, il funzionario di polizia giudiziaria, il giudice, l’accusatore, il difensore, e soprattutto i testimoni» (Ferri, 1926, pp. 559-560). La psicologia giudiziaria dominerà a lungo gli spazi d’interesse disciplinare: nota al mondo dottrinale è l’opera di Enrico Altavilla, Psicologia giudiziaria, più volte edita dal 1925 al 1955 e tradotta in diverse lingue. È la prima trattazione sistematica di una disciplina nascente. La locuzione di p. g., e con essa una visione più ampia della psicologia che si applica al diritto, tornerà all’attenzione degli studiosi solo nel 1966 con la traduzione italiana del Manual de psicologia juridica (1954) di Emilio Mira y Lopez. I lavori successivi saranno caratterizzati da finalità articolate intorno a questioni tuttora rappresentative degli interessi della disciplina: riflettere sull’identità disciplinare; dipanare i nodi dell’incontro con il diritto; approfondire gli ambiti applicativi tradizionali coerentemente con gli sviluppi scientifici e le innovazioni di contesto; esplorare nuovi possibili campi di interesse. A premessa e cornice, la riflessione sui criteri ordinativi dell’incontro con il diritto: a) la reciproca chiarificazione dei modi di produrre conoscenza e metodo, con riguardo sia al livello teorico che alle dimensioni pragmatiche; b) l’individuazione, da parte del settore giuridico, dei confini di permeabilità del proprio sistema alle scienze sociali e, per queste ultime, la ricerca di effettive possibilità di attraversarli senza necessità di compromessi che limitino la propria autonomia conoscitiva; c) l’assunzione, da parte della psicologia, di una competenza, essa stessa interdisciplinare, che sappia ricondurre all’ambito della fruibilità giuridica le conoscenze in proprio possesso, con una costante attenzione agli obiettivi e alle finalità proprie del settore cui si rivolge. Fra le opere che hanno segnato questo itinerario: la P. g. (1979) di Guglielmo Gulotta, il Manuale di p. g. (1995) di Assunto Quadrio e Gaetano De Leo, la P. g. penale (1996) di Patrizia Patrizi, Elementi di p. g. e di diritto psicologico (2000) di Gulotta e collaboratori, P. g. (2002) di De Leo e Patrizi. Le opere citate perseguono le finalità sopra esposte includendo l’importante area della p. g. nel diritto civile e, in qualche caso, attualizzano l’originaria articolazione disciplinare secondo criteri atti a rappresentare gli sviluppi attuali (De Leo, 1995; De Leo, Patrizi, 2002): a) la psicologia del diritto o psicologia legale, oggi prevalentemente penale e civile, ma potenzialmente aperta a tutti gli altri «diritti»; b) la psicologia delle attività, dell’organizzazione, delle funzioni, delle dinamiche e delle strategie giudiziarie; c) la psicologia dei provvedimenti, dei trattamenti e degli interventi collegati alle decisioni giudiziarie (civili e penali) e all’esecuzione detentiva e alternativa delle pene; d) la psicologia degli interventi di formazione per gli operatori della giustizia e per professionisti e servizi, esterni alla giustizia, che intervengono in applicazione di provvedimenti giudiziari; e) la psicologia delle situazioni problematiche e a rischio in età evolutiva, finalizzata alla tutela delle persone minorenni; f) la psicologia dei comportamenti problematici di tipo deviante e criminale. Le aree indicate contengono i temi affrontati dalla tradizione della nostra disciplina, ma restano aperte a nuove questioni che si propongono e si sviluppano seguendo il continuo divenire del suo oggetto di studio. Ne sono esempio temi di recente apparizione come il danno alla persona, la mediazione – da quella familiare alla mediazione penale, culturale, aziendale – [e, più in generale, la giustizia e gli approcci riparativi, quali orientamenti di comunità nella gestione dei conflitti e nella cura delle relazioni], la partecipazione all’attività investigativa nelle prime indagini giudiziarie, la riattribuzione di sesso, la fecondazione artificiale, e altri che sollecitano fortemente la disciplina a riflettere sulle proprie competenze, a estrarre, da quelle già attive, le dimensioni costitutive di nuovi temi e questioni che riguardano il rapporto persona – norma – società, di nuove domande poste alle psicologia, di nuove forme di specializzazione fondata in senso interdisciplinare.

 

Bibl.: E. Altavilla, Psicologia giudiziaria, Torino 1925; E. Altavilla, Voce «Psicologia giudiziaria», in Dizionario di Criminologia, a cura di E. Florian – A. Niceforo – N. Pende, Milano 1943, pp. 786-788; E. Altavilla, Voce «Psicologia giudiziaria», in Novissimo Digesto Italiano, a cura di A. Azara – E. Eula, Torino 1967, pp. 508-511; E. Avanzi, La perizia criminologica: un problema aperto, Milano 1982; T. Bandini – U. Gatti – M.I. Marugo – A. Verde, Criminologia. Il contributo della ricerca alla conoscenza del crimine e della reazione sociale, Milano 1991; G. De Leo, Oggetto, competenze e funzioni della psicologia giuridica, in Manuale di psicologia giuridica, a cura di A. Quadrio – G. De Leo, Milano 1995, pp. 17-30; G. De Leo – P. Patrizi, La spiegazione del crimine. Un approccio psicosociale alla criminalità, Bologna 1999; G. De Leo – P. Patrizi, Psicologia giuridica, Bologna 2002; E. Ferri, Lezioni di diritto e procedura penale, stenografate dall’avv. Vittore Bonfigli, Roma 1910-1911; E. Ferri, Psicologia criminale e psicologia giudiziaria, in Studi sulla criminalità, di E. Ferri, Torino 1926, pp. 559-590; A. Gemelli, Metodi, compiti e limiti della psicologia nello studio e nella prevenzione della delinquenza, Milano 1936; A. Gemelli, La personalità del delinquente nei suoi fondamenti biologici e psicologici, Milano 1948; G. Gulotta, Psicologia giuridica, Milano 1979; G. Gulotta – coll., Elementi di psicologia giuridica e di diritto psicologico, Milano 2000; E. Mira y Lopez, Manual de psicologia juridica, Buenos Aires 1954 (trad. it. Manuale di psicologia giuridica, Firenze 1966); P. Patrizi, Psicologia giuridica penale. Storia, attualità e prospettive, Milano 1996; A. Quadrio – G. De Leo (a cura di), Manuale di psicologia giuridica, Milano 1995.